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Tutta la musica, i libri e la cultura del mondo

Gli articoli di Cassandra Crossing sono sotto licenza CC BY-NC-ND 2.0

Cassandra Crossing è una rubrica creata da Marco Calamari col “nom de plume” di Cassandra, nata nel 2005.

Ogni giovedì, a partire dal 9 settembre, vi proporremo una antica profezia di Cassandra, da rileggere oggi per riflettere sul futuro, alternando articoli recenti selezionati tra gli ultimi usciti.

Vi proponiamo una trilogia da leggere tutta d’un fiato: si parlerà inizialmente di musica dove tra MP3, LP e DVD si parlerà nuovamente anche dell’economia della scarsità. Successivamente si parlerà di libri, riscoprire antiche passioni attraverso nuovi strumenti. La trilogia si conclude con tutta la cultura del mondo dove sarà protagonista l’Internet Archive, che tra l’altro quest’anno compie 25 anni.

Questo articolo è stato scritto il 20 novembre 2012 da Cassandra

Tutta la musica del mondo

Il digitale consente la copia a costo zero. Ma il mercato continua a difendere strenuamente l’economia della scarsità. Motivo per cui non troviamo ancora in vendita una scatola che contiene tutta la musica del mondo.

Cassandra l’altro giorno si è decisa a portarsi dietro sul telefono furbo un po’ di musica rippata dalla sua raccolta di vinili, che fa bella mostra di sé su uno scaffale della libreria, intoccata ormai da quasi un decennio. Lo sguardo vi si è posato per una volta non distrattamente, quasi cento album, ed ogni singolo acquisto, lungamente meditato (parliamo degli anni ’70 ed ‘80), aveva richiesto un piccolo dissanguamento. Anche il piatto con trazione a cinghia giace in disarmo, con la cinghia smontata per non danneggiarla come una macchina sui mattoni, sotto il lettore di DVD, a riprova di un uso nullo.

E mentre la copia via USB si completava, lo sguardo è caduto sul disco da due terabyte dei backup, e quasi da sola una mente corrotta da anni di ingegneria, ha cominciato a fare due conti. Sono conti banali, ma tant’è…

Una normale canzone, in formato MP3 cuba circa 4 MB, quindi un album di 10 pezzi occupa 40 MB e la mia intera raccolta di 100 LP entra tutta in soli 4 GB. 1000 canzoni in meno dello spazio di un solo DVD. 1.000 canzoni, 100 album sono la produzione discografica di tutta una vita di un artista eccezionalmente fecondo e longevo. Facciamo conto che siano tutti così: sul mio hard disk da 2 TB ci può stare la produzione musicale completa della vita di 500 artisti fecondi. Probabilmente quella di 1.000 o 10.000 artisti normali. Tenuto conto che non saranno tutti solisti, ci vorrebbe un palazzetto dello sport solo per metterli a sedere.Tutta la musica del mondo… O almeno una parte significativa di essa.

Facciamo un altro conto: se una canzone dura 4 minuti ed occupa 4 MB sul solito hard disk da 2 TB ci potrebbero stare 2 milioni di minuti di musica, 33.333 ore, 1.389 giorni, quasi 4 anni di ascolto ininterrotto. Ascoltandone un’ora al giorno si arriva ai 96 anni di un longevo vecchietto che non avrà mai ascoltato per la seconda volta una canzone. Se non è tutta la musica mai prodotta al mondo, è certamente molto, molto di più della musica che può essere ascoltata in una vita da audiofilo.

Mi sono ritrovato a fissare quella scatoletta nera con nuovo rispetto: poi gli spiriti delle profezie e della polemica mi hanno riagguantato.

Forse qualcuno ricorderà che su Punto Informatico nel lontano 5 settembre 2003 è apparso un “prequel” di Cassandra Crossing: un piccolo articolo, accuratamente lisciato e rifinito, frutto del lavoro certosino di un mese di ferie, intitolato pomposamente Economia della scarsità ed economia dell’abbondanza. In esso Cassandra, allora sotto pseudonimo, tracciava un filo tra Diritti d’Autore, Brevetti sui Farmaci e Sementi Terminali, concludendo che nessuna persona che avesse una parvenza di integrità morale poteva accettarli, ed il fatto che gli attori economici continuassero a sfruttare una scarsità artificialmente indotta a prezzi alti piuttosto che un mercato virtualmente illimitato a prezzi bassi sembrava inesplicabile.

Ovviamente le tre importanti questioni sono aperte anche oggi. Ma qualche dettaglio è cambiato, ed i dettagli possono talvolta essere molto importanti. Sulle nostre scrivanie e nelle nostre tasche oggi ci sono oggetti ai quali nemmeno facciamo più caso, che potrebbero o potranno molto presto contenere tutta la musica del mondo, tutti i libri del mondo, tutti…

Perciò non c’è bisogno nemmeno di avere la connessione alla Rete per fruire di musica e libri, una copia può stare fisicamente in tasca, e se ne può fruire anche quando è finito il credito della ricaricabile, o sdraiato su un isola deserta o in viaggio verso Giapeto.

La copia, la moltiplicazione e la diffusione della cultura digitalizzata saranno sempre importanti, altrimenti il rischio di una Biblioteca di Alessandria digitale diventerà quasi una certezza. Infatti il solo accesso accesso via Rete alla cultura, senza curarsi del dove e del chi la metta a disposizione, espone ai rischi della copia unica e dell’arbitrio di un solo detentore, monopolista di fatto. Qui però ci vorrebbe un articolo dedicato e quindi passiamo alle conclusioni.

Purtroppo la scarsità artificialmente indotta di beni producibili a costo marginale zero continua ad impedire questo mondo ideale, almeno dal punto di vista della cultura e della libera circolazione delle idee. Perché, anche volendo spendere moltissimi soldi, non posso regalare a mia nipote Sofia, per il suo compleanno, un ben incartato ed infiocchettato pacchetto con dentro tutta la musica del mondo?Semplice, è lo stesso motivo per cui i malati di AIDS africani non possono curarsi con i medicinali moderni.

E’ lo stesso motivo per cui i contadini, particolarmente nei paesi poveri, vengono resi dipendenti da potenti organizzazioni.Tutto come dieci anni fa.

Sono passati quasi dieci anni e nulla pare cambiato. Nessuno si scandalizza, alcuni continuano a fare saggi discorsi, pochi brontolano e la grandissima maggioranza se ne frega.

Questo articolo è stato scritto il 11 gennaio 2013 da Cassandra

Tutta i libri del mondo

Riscoprire antiche passioni attraverso nuovi strumenti. Un invito a mettere da parte retrograde diffidenze e apprezzare il potere del digitale. I vostri occhi vi ringrazieranno.

Il tempo diversamente strutturato e più libero delle vacanze permette esperienze impreviste, e da tutte le esperienze si impara. Imparando qualcosa di nuovo si viene talvolta assaliti dall’idea di raccontarlo a qualcuno, e quindi eccoci qui.

Credo che il fatto di dover scegliere un regalo per una persona importante, supponiamo solo come esempio la propria signora, sia un problema stressante non solo per Cassandra ma per molti.

Quest’anno però la fortuna, unita al saper stare ad ascoltare facendo finta di niente, ha completamente risolto il problema.

Al termine di una piacevole cena a casa di amici, svoltasi nel lontano settembre, la padrona di casa ha esibito con orgoglio il regalo ricevuto per il compleanno, regalo a suo dire raro e difficile da trovare, cioè un lettore di ebook ad inchiostro elettronico.

Un lettore bianconero “vecchio stile”, non i pubblicizzatissimi pseudo-pad a colori, che non possiedono più la caratteristica principale della facilità di lettura in qualsiasi condizione di luce.

Non avendo mai utilizzato un tale oggetto se non per pochi secondi, in un negozio ed un modello ormai “antico”, ho con nonchalance aguzzato la vista e gli orecchi, e sono stato premiato da giudizi estasiati da parte della persona da cui meno me lo sarei aspettato, cioè dall’avente diritto al mio regalo di Natale di cui sopra. “Ahhh, fantastico — ha pensato allora Cassandra — problema risolto, meno male che ho fatto finta di niente”.

Si è resa quindi necessaria una veloce analisi di mercato in uno dei tanti settori dell’informatica di consumo che non ho mai esplorato, sia per mancanza di tempo che per l’essere notoriamente “territorio del nemico”, giardino recintato presidiato dall’armata dei famuli della cosiddetta “Proprietà Intellettuale” e dei DRM.

Altresì necessaria è stata la scelta del wallet garden con i muri più bassi, avendo la piacevole sorpresa di scoprire che alcuni avevano i muri assai più bassi di altri, ed apprendendo l’esistenza di tools liberi come Calibre per la gestione e conversione di ebook in formati liberi.

Detto fatto, turandosi un po’, anzi parecchio, il naso, Cassandra ha effettuato un veloce ordine telematico con consegna del pacco natalizio direttamente all’ufficio della destinataria; vittoria, titoli di coda e problema risolto.Fine della storia? No, solamente il prologo.

Infatti la conseguenza di tutto questo, cioè la presenza in giro per casa di un lettore di ebook, ha prodotto interessanti e non piccoli effetti collaterali su Cassandra stessa. Senza dirlo esplicitamente alla proprietaria, sul lettore erano stati caricati, oltre a tutti i libri omaggio ed un paio di costosi bestseller che lei stava leggendo o aveva in animo di leggere, alcune tonnellate di testi scaricati dal Progetto Gutenberg e dall’omologo italiano Progetto Manunzio, liberi o posti sotto licenze libere, come pure copie personali di libri cartacei acquistati in un passato anche lontano.

E’ stato quindi spontaneo il mettere mano assai più spesso della legittima proprietaria al tecnologico aggeggio lasciato in giro, e fare l’unica cosa con esso possibile, cioè mettersi a leggere.

Essendo Cassandra nella fascia d’età in cui la vista, già imperfetta da bambino, si affievolisce ulteriormente, la facilità di lettura in qualsiasi condizione di luce o buio, toccata con mano anzi pupilla, si è rivelata realmente sorprendente.

L’appeal di un oggetto tascabile e dalla batteria praticamente eterna, che nella sua memoria “limitata” (per gli standard irragionevoli di oggi) contiene migliaia di volumi, può certo essere spiegata e compresa sul piano intellettuale ed informativo, ma viene percepita ed apprezzata totalmente solo con l’esperienza diretta.

Ma una grossa fetta, forse la più grande, dell’appeal che il lettore di ebook ha avuto per Cassandra è dovuta alla stessa ragione che poche settimane fa è stata lo spunto alla base di “Tutta la musica del mondo”; come in quel caso nel palmo della mano non c’erano realmente “Tutti i libri del mondo”, ma c’erano buona parte dei libri letti in una vita, qualche migliaio dei quali giacciono anche da decenni in una variegata collezione di scatole di cartone, spesso polverose e malmesse, anche loro probabilmente polverosi, ingialliti od addirittura chiazzati di muffa (argh…).

Credo che solo chi ha amato ed ama i libri fin dalla scuola possa comprendere e condividere il disagio e la tristezza di chi ha tentato di non rinunciare ai libri letti, a costo di farsi seguire da pile crescenti di scatole da un trasloco all’altro, in case i cui scaffali sembravano essere sempre meno di quelli della casa precedente.

Dal palmo della mano, nella forma datata ma insostituibile ed indimenticabile del simulacro elettronico della pagina stampata, ritornano parole lette 30 anni fa ed ancora vivide nella memoria. Si può saltellare da un libro all’altro, e passare a rileggere quasi istantaneamente un altro libro come se fosse magicamente saltato fuori dalla triste scatola chiusa nella cantina di un’altra città, e si fosse precipitato nella mano alla velocità del pensiero.

Completamente diverso da una lettura ipertestuale, perfettamente aderente ad un’esperienza libresca, un integratore di ricordi e di piacevoli esperienze di lettura e rilettura.

L’unica cosa che manca è il profumo della carta, e qui Cassandra si permette un suggerimento ai fabbricanti di lettori: mettete al lavoro i vostri chimici e fornite la prossima generazione di lettori di un diffusore incorporato di profumo di carta sintetico, magari che supporti cartucce con gli odori di diversi tipi di libro, già che ci siamo linkati ai metadati dell’ebook. Fresco di stampa, libro rilegato, libro vecchio, libro di scuola, libro antico, libro ammuffito, libro di pergamena…

Un piccolo business per voi, perché un’intera generazione di non retrogradi amanti della carta e dei vinili lo apprezzerà senz’altro.

Questo articolo è stato scritto il 28 agosto 2015 da Cassandra

Tutta la cultura del mondo

Direttamente dal CCC, il racconto di una delle più interessanti conferenze dell’edizione del 2015. Racconta l’avventura di Internet Archive.

Anche quest’anno Cassandra ha avuto la fortuna di poter essere al Chaos Communication Camp a Mildenberg, nei dintorni di Berlino. E’ stata un’esperienza utile ed interessante, senz’altro meritevole di una descrizione, delle sue luci ed ombre, in queste righe.

Ma Cassandra non vi racconterà del CCC (almeno non oggi), perché dal suo punto di vista (e di tanti altri) un singolo talk (qui il video) ha abbagliato col suo splendore l’intero evento, mettendo un po’ in ombra tutto il resto. Quindi il vostro menestrello per prima cosa vi parlerà di questo avvenimento, terminando idealmente una trilogia iniziata con “Tutta la musica del mondo” e proseguita con “Tutti i libri del mondo”.

Il titolo dell’intervento, così ambizioso da sembrare “eccessivo”, è: “Verso un accesso universale a tutta la conoscenza” (Towards Universal Access to All Knowledge: Internet Archive) tenuto dal fondatore di Internet Archive, Brewster Kahle; è stato uno di quei momenti ritempranti, indispensabili per motivare chi vuol continuare a dedicare almeno una parte del proprio tempo a cercare di fare del mondo un posto migliore.

L’intervento, organizzato in una tendone da 1.000 posti come primo della mattinata (orario molto infelice al CCC, notoriamente posto di “tiratardi”) è iniziato con pochi ascoltatori, e persino l’oratore ne sembrava contrariato: ma è terminato mezz’ora dopo, con una standing ovation di 400 persone che hanno applaudito in piedi per svariati minuti, fino a quando il moderatore non ha garbatamente dovuto interrompere per consentire l’inizio del talk successivo. Travolgente e commovente nello stesso tempo.

Ma prima di raccontare il talk è necessaria una breve introduzione. Molti dei 24 informati lettori conoscono già, e probabilmente hanno anche usato, Internet Archive, o per essere più precisi “The Wayback Machine”: si tratta di un archivio di siti web creato con la stessa tecnica dei motori di ricerca, utilizzando uno spider che dal 1996 esegue uno snapshot dei siti, ne memorizza le pagine, e tenta di trovarne altri utilizzando i link esterni.

Contrariamente a Google ed agli altri motori di ricerca, che elaborano le pagine raccolte per farci soldi, si limita ad archiviarle e le mette a disposizione nel formato originale, tramite una funzione di “timeline” che consente di recuperarne qualsiasi versione sia stata “spiderata”.

Lo spider non esegue copie ovviamente se il sito non è cambiato.Certo, le pagine sono solo “snapshot”, e gli eventuali contenuti server side o attivi esterni al sito non vengono salvati: ma la cosa importante e che se un sito possiede dei contenuti, e non fa solo “finta” di averli come gli aggregatori di notizie oppure si limita a fornire servizi, questi contenuti vengono copiati e salvati.

Cassandra ha ritrovato i suoi siti del 1996, HTML scritto a mano con il notepad, e non ha potuto trattenere una lacrimuccia.Ma chiudiamo questa piccola introduzione e torniamo a ciò che ha entusiasmato. La Wayback Machine, cosa che Cassandra non sapeva, non è che la prima creazione di Brewster Kahle e di Internet Archive, e ormai rappresenta solo una delle iniziative. Da tempo sono partite parecchie iniziative di raccolta ed archiviazione di informazioni, digitalizzazione di libri non più protetti dai cosiddetti “diritti di proprietà intellettuale”, raccolte di fotografie, di registrazioni audio, di film, di antichi software.”

Ecco — dirà qualcuno dei miei 24 impazienti lettori — la solita cassandresca smania retrò di collezionismo informatico: praticamente inutile ora che le informazioni sono tutte nel Cloud”.

Effettivamente l’affermazione suona verosimile, ma in realtà tutte le sue parti sono errate. Cassandra è lietissima di aver trovato in Brewster Kahle un esempio di quanto avanti possa essere portato il “collezionismo” di informazioni per il puro bene dell’umanità.

Per rendere affidabili e durevoli le informazioni queste devono essere copiate, non disperse in giro su altri siti, proprio come i libri devono trovarsi sugli scaffali e non altrove.

“Copiare” le informazioni vuol dire possederle, mentre linkarle ed avere solo la possibilità di “accedervi” significa dipendere da qualcun altro, che può sparire, diventare un censore od una risorsa a pagamento in ogni momento.

Conservare la cultura attraverso il tempo, libera e ed accessibile a tutti, è il necessario complemento al lavoro di chi la cultura crea e fa crescere. Le biblioteche classiche quindi devono comprare e conservare i libri, mentre quelle informatiche devono copiare ed archiviare le effimere informazioni che cono in giro per la Rete, apparentemente eterne ma in realtà labili ed effimere come una farfalla. Scienziati, filosofi e storici percorrono la loro carriera anche insieme a più umili e certo meno appariscenti bibliotecari.

Il principale motivo del successo di questa organizzazione di “volontariato informatico”, rispetto ad altre che riescono a stento a vivacchiare, è che Internet Archive non è una ONLUS, una corporation, una software house od uno degli altri classici attori della rete dell’e-commerce e delle comunità sociali. E’ invece, dal punto di vista legale, una biblioteca aperta a tutti, come lo era l’antica e ben più famosa (almeno per adesso) Biblioteca di Alessandria.

Chi conosce anche superficialmente alcune peculiarità della società e del diritto statunitensi, sa che lì le biblioteche sono considerate alla stregua di istituzioni “sacre” come la bandiera o il 4 luglio. Vengono utilizzate correntemente dai giovani e dagli studenti (in barba al cloud) e sono così popolari che il non restituire puntualmente o (orrore!) rubare un libro preso in prestito non è solo una infrazione alle buone regole di comportamento, e neppure un reato di lieve entità, ma è considerato prima di tutto immorale e riprovevole da chiunque, indipendentemente da lingua, etnia, religione o status sociale.

Queste peculiarità si è riflessa anche sullo status legale delle biblioteche statunitensi. Si tratta di entità fortemente riconosciute dal diritto statunitense e profondamente ancorate ai diritti civili sanciti dalla Costituzione Americana. Sono entità legali indipendenti, rispettatissime, considerate indispensabili e quindi nel loro ambito praticamente inattaccabili.

Un esempio? Come un altissimo numero di aziende statunitensi, Internet Archive ha ricevuto una gag-letter che richiedeva i dati dei suoi utenti con il vincolo della segretezza assoluta, sotto pena del carcere. Chissà perché? Forse perché archivia anche testi in arabo ed in farsi? O magari semplicemente per lo zelo di qualche investigatore che pesca a strascico, forte delle eresie previste nel Patriot act.

Internet Archive è stata una delle uniche tre organizzazioni che si sono opposte ad una gag-letter, ed è quella che lo ha fatto nella maniera più “dura” rifiutandosi non solo di consegnare i dati, ma rendendo pubblico il fatto, intentando una causa al governo americano per “atti incostituzionali”. Intentare una pubblica causa non concedeva però nessuna immunità: Brewster Kahle poteva essere prelevato il giorno dopo a casa e finire in galera. Ma questo non è successo, anzi non è successo niente e la causa non e stata neppure istruita. Per inciso, anche le altre due organizzazioni che sono riuscite a far questo sono biblioteche. Quod erat demonstrandum.

Neppure Google nella sua analoga ma ben più “timida” (e non pubblica) iniziativa per divulgare il numero di gag-letter ricevute, è riuscita ad avere un successo così totale. Potenza di una biblioteca, anche se povera. Il valore in Borsa dopotutto non è sempre l’unica misura del potere al mondo.

Ed anche la scottante materia, così bloccante per tutti, dei cosiddetti “diritti di proprietà intellettuale” è molto meno vincolante per una biblioteca. Innanzitutto una biblioteca può comprare un libro protetto dal diritto d’autore e darlo in prestito a chiunque senza limiti di tempo o frequenza, fintantoché non ne realizzi copie. Questo in forza della Costituzione Americana, alla faccia di qualsiasi licenza d’uso, capestro od altri barbatrucchi legali.

Poi la digitalizzazione di volumi o altro, sia ricevuti in dono che acquisiti direttamente, parte dall’assunto che si tratta di fair use nell’interesse del pubblico, non limitato nel numero di copie ed utenti. Ad una biblioteca può solo essere richiesto di cessare il prestito e/o restituire un libro di provenienza illecita. E, dato lo status semidivino delle biblioteche americane, questo accade assai di rado, ed è sempre espresso con molta, molta buona educazione.

Per cui il lavoro di digitalizzazione di libri di Internet Archive è andato avanti tranquillamente (molto più tranquillamente di quello di Google) ed ha raggiunto quasi i 10 milioni di esemplari, che sono tutti liberamente scaricabili da chiunque.

Considerando tuttavia che Google ne ha digitalizzati 10 volte tanto, l’iniziativa di Internet Archive potrebbe sembrare secondaria: ma esiste una differenza fondamentale. Se non si ha ben chiaro questo punto, è impossibile valutare correttamente il tema del libero accesso alla cultura.

I “Google Books”, apparentemente così carini e politically correct, hanno preso la cultura libera e l’hanno resa un “prodotto”, disponibile gratuitamente certo, ma comunque proprietario.

Internet Archive, all’opposto, ha acquistato o ricevuto in dono libri, e li ha “liberati”, dematerializzandoli e mettendoli in Rete tramite digitalizzazione, mettendoli a disposizione di chiunque senza nessun limite.Di più: anche libri ancora coperti da diritto d’autore, comprati o ricevuti in dono dalla biblioteca, vengono digitalizzati, e chiunque li può scaricare in prestito gratuito, bloccando la copia per il periodo in cui lo tiene in “prestito digitale”. Questo impedisce ai detentori del cosiddetto diritto di autore di fare alcunché, perché le biblioteche possono comprare o ricevere in dono una o più copie di un libro e, proprio per la loro funzione primaria, concederle in prestito (senza duplicarle) indipendentemente da qualsiasi norma del diritto d’autore.

L’apposita sezione dedicata ai “prestiti digitali” permette a chiunque si sia registrato alla Biblioteca di farsi prestare la copia di un libro disponibile, o di mettersi in lista nel caso che il libro sia in prestito. Considerate poi che la maggior parte dei libri sono in realtà sempre disponibili perché non di interesse del grande pubblico.Sembra di sognare.

Estendete questo a due milioni di videoun milione di fotografiecentocinquantamila concertidue milioni e mezzo di registrazioni audiocentomila programmi software.

Pensate ad un’associazione, interamente autofinanziata, che organizza il lavoro dei suoi volontari così bene fino al punto di offrire loro una casa ed un rimborso spese per nutrire al loro passione e e dedizione. Pensate a cosa vuol dire digitalizzare le donazioni che si ricevono. E’ normale che le biblioteche ricevano in lascito collezioni private: devono sfruttarle, rendendole disponibili gratuitamente al pubblico, immagazzinarle o distruggerle.

Internet Archive prende questi libri, ma anche CD, VHS, floppy, DVD, e qualsiasi supporto anche ben più atipico come i libri di cuoio di Bali, li seleziona, li digitalizza, li immagazzina e li copia in tre diversi datacenter in giro per il mondo. Datacenter magari non belli o grossi come quelli di popolarissime dotcom, ma sufficenti allo scopo. Se non ho capito male, tra informazioni uniche e copie ridondanti, Internet Archive cuba oggi 60 petabyte, ovvero 60.000.000.000.000.000 byte.

E siccome digitalizzare è caro e viene spesso fatto solo per libri occidentali, ha anche fatto partire una serie (attualmente una trentina) di centri di digitalizzazione semi-indipendenti dove persone, impegnate nell’apparentemente umile e ripetitivo lavoro di girare le pagine di un libro sotto uno scanner ottico, contribuiscono a diffondere ed a tentare di rendere immortale la cultura.

“Tutto qui? — potrebbero obbiettare alcuni — Vecchi libri che per la maggior parte nessuno leggerà mai, videocassette di vecchi film splatter che nessuno guarderà, giornali che nessuno leggerà e videogiochi 2D su floppy che nessuno lancerà mai più. Spazzatura piuttosto che cultura”.

La cultura è fatta non solo di capolavori, ma anche di una immane mole di cose poco note. I capolavori da soli rappresentano una selezione in parte arbitraria, e quindi implicitamente e magari involontariamente una censura. Internet Archive, il cui progetto (apparentemente ambizioso ed irrealizzabile) è di digitalizzare “tutta” la cultura del mondo, lo ha già fatto per una piccola cultura, quella balinese dell’isola di Bali. Ha digitalizzato tutte le opere scritte esistenti (per la maggior parte su strisce di cuoio) ed anche registrato loro performance (sono principalmente rappresentazioni tradizionali) in modo da salvare anche non solo la scrittura ma la lingua e la pronuncia fonetica.

“Mission Accomplished” quindi, missione piccola ma significativa. Salvare e rendere disponibile un’intera cultura è possibile.

Che dire? Provate a scaricare e “sfogliare” digitalmente l’intera collezione delle prima 64 annate di “Scientific American”, incluso il n.1,stampato in un unico foglio di 4 pagine come un giornale, o scaricare l’intero archivio di 35GB. Oppure date un’occhiata alla prima edizione Bemporad originale con copertina a colori del 1902 di Pinocchio, con tanto di scheda di catalogazione in fondo.

Se questi esempi non vi fanno scorrere un brivido nella schiena, e non vi chiariscono le idee, mi dispiace per voi.

Tutti gli altri potranno iniziare a sfogliare Internet Archive per loro piacere, o utilizzarlo come una importante risorsa informativa per lavoro e studio.

Possono andare a leggersi iniziative secondarie ma affascinanti e significative come quella della versione di Internet Archive della Bookmobile, un furgoncino con stampante e collegamento satellitare per produrre “on demand” i libri di Internet Archive scaricandoli al momento, anche in un villaggio africano.

E, non ultimo, possono mettersi le mani in tasca per estrarne doverosamente qualche spicciolo e sostenere devotamente questo splendore.

“Non esistono cose come i pasti gratuiti”. Quelli apparentemente li trovate su Google, ma sono fatti di voi.

Marco Calamari

Scrivere a Cassandra – @calamarim
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