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Contanti e contenti

Gli articoli di Cassandra Crossing sono sotto licenza CC BY-SA 4.0 | Cassandra Crossing è una rubrica creata da Marco Calamari col “nom de plume” di Cassandra, nata nel 2005.

Abbiamo riunito tre vecchi articoli di Cassandra che troviamo decisamente attuali su un argomento tanto interessante quanto spinoso, ovvero quello della lotta al contante.

Questo articolo è stato scritto il 10 maggio 2013 da Cassandra

Cassandra Crossing 283/ Contanti e contenti

Transazioni tracciate nel nome della lotta all’evasione fiscale, database sconfinati ed esposti a rischi di violazione. E la vita “economica” privata?

I titoli dei giornali, gli annunci di governanti di vario tipo e colore, le regole bancarie e dell’Agenzia delle Entrate raramente sono d’accordo su questioni importanti: una delle poche è l’aver identificato il nuovo cattivo del terzo millennio, un nuovo tipo di pedoterrosatanista cioè chi usa, il denaro contante (Pedocontantista?).

Le dita di Cassandra già da tempo prudevano dalla voglia di trattare questo tema, visto che stampa, televisioni e politica hanno plaudito tutte le limitazioni a più riprese proposte, e purtroppo spesso anche attuate all’uso del contante. Non parliamo del contante di cui sono piene le valigie dei narcotrafficanti, di quello nelle borse dei pagamenti dei riscatti, di cui son fatte le mazzette passate ai politici o usato dagli evasori totali: parliamo di contanti per pagamenti eseguiti da privati per le necessità della vita quotidiana.

L’attuale giustificazione per tutto ciò è un odioso crimine contro cui si è scatenata una vera battaglia, l’evasione fiscale, e la sua controparte “in grande” cioè la circolazione illecita di capitali. Certo, in Italia la lotta all’evasione è un evergreen di qualsiasi governo ed epoca, la cui applicazione non sembra aver portato a risultati significativi, particolarmente nei confronti degli evasori totali e dei grandi evasori.

Evidentemente nessuno ritiene opportuno spiegare come i paradisi fiscali, i periodici condoni, il rientro dei capitali “scudati” e le imbarcazioni battenti bandiere rigorosamente non tricolori siano i mezzi ordinari e ben più potenti per realizzare la circolazione e l’uso illecito o elusivo di capitali: si tratta di materie i cui dettagli sono poco o punto noti al pubblico in generale ma molto ben comprese da grandi e piccoli evasori.

A poco serve far notare le numerose autovetture circolanti in Italia intestate a società svizzere che esistono solo per possedere l’autovettura stessa: alla guida di esse troviamo una varia umanità composta di viveur, professionisti, commercianti ed industriali di cui tutti conoscono qualche esemplare.

Non si tratta di segreti: la maggior parte di coloro che sfruttano questi trucchetti sanno di non fare niente di formalmente illegale, e sono spesso disponibilissimi a spiegarti nei dettagli come fare, da chi andare, quali carte servono e quanto si spende. E l’elenco delle poco note ma molto praticate italiche furbizie, o più tecnicamente “elusioni”, potrebbe continuare.

Ma fermiamoci qui e torniamo tra la gente comune, quella che paga IRAP, bollo auto, tasse scolastiche, parcheggi ed altre imposte riservate alle persone normali. Facciamo mente locale a come Cassandra, se vivesse in Italia facendo il metalmeccanico, l’insegnante o il coltivatore diretto di software, potrebbe spendere i suoi sudati soldi. In situazioni particolari userebbe carte di credito, accrediti e bonifici bancari, e quello che le avanzasse potrebbe lasciarlo su un conto corrente o investito in un deposito titoli.

Tutte queste transazioni, alcune da sempre (carte di credito) altre recentemente (bonifici, versamenti e prelievi di qualsiasi entità) sono trasmesse, tra gli altri, all’Agenzia delle Entrate e ad altri soggetti titolati

.Quello che fa venire i brividi a Cassandra è che una raccolta indiscriminata di dati su tutti e la realizzazione di database riguardanti tutta la popolazione è un’operazione che comporta rischi, anzi certezze di misusi ed abusi: queste situazioni dovrebbero essere limitate allo stretto indispensabile ed eseguite sotto strettissimo controllo.

Ed invece, come accade nel caso dei dati di cella GSM o degli account delle comunità sociali, questi database sono attualmente diffusi senza che le persone in generale se ne curino o lo ritengano una minaccia.

Oltretutto avere un cellulare o un account di una comunità sociale è facoltativo, mentre utilizzare le banche o le varie forme di denaro elettronico è in molti casi obbligatorio. Si dirà: “è un arma contro gli evasori, se sei onesto non hai nulla da nascondere”.

La traduzione in termini reali è piuttosto che chi è onesto non possiede più una vita “economica” privata. L’IRS, che sarebbe la temutissima Agenzia delle Entrate americana, per scovare gli evasori utilizza ovviamente il tracciamento di alcuni tipi di operazioni bancarie e di moneta elettronica, ma in questa lotta ottiene i risultati migliori con il lavoro, pagato a percentuale dell’effettivo denaro recuperato, di agenti investigatori che colà sono più temuti della Delta Force o di Freddy Krueger.

Dal punto di vista della privacy per fortuna esistono i contanti, il cui utilizzo, almeno nelle transazioni economiche più banali, scherma completamente la privacy del pagatore: certo, il prelievo del contante in banca o al bancomat lascia comunque traccia, ma fornisce solo un’idea del tenore di vita.

Non dice se compro un giornale politico, non permette di contare se e quanti preservativi vengono acquistati ogni mese, se si acquistano medicine per il diabete, si fanno elemosine in chiesa, o si getta una monetina al povero violinista che suona un valzer.

I contanti, per farla breve, permettono ad un cittadino onesto di rendere privati una buona parte dei fatti suoi.

Ed il denaro contante, come una volta era addirittura scritto su molte banconote, rappresenta un debito dello Stato emittente verso il cittadino che lo possiede, un debito che lo Stato deve onorare dietro semplice richiesta.

Ma torniamo al Belpaese. Che necessità c’è di emanare editti contro l’uso del denaro contante? Che necessità c’è di criminalizzarlo nei telegiornali o di renderlo inutilizzabile per pagare un professionista? E’ quantomeno bizzarro, visto che la maggior parte delle transazioni importanti viaggiano ormai per via bancaria tramite bonifici, carta di credito e di debito, assegni non trasferibili od altri mezzi perfettamente tracciabili. Sicuramente è un tipico caso di utilizzo, voluto e colposo, di uno strumento contro gli evasori, ma senza curarsi minimamente del suo effetto sui cittadini onesti.

Un pizzico di sana paranoia potrebbe addirittura suggerire che la “schedatura degli onesti” non sia un effetto collaterale trascurato, ma un comodo risultato che non sarebbe dichiarabile come fine, ma che è utile perseguire dovunque sia possibile.

Anche far vivere le persone in case di vetro sarebbe utile ad impedire molti tipi di reati.

Chiunque abbia varcato le italiche frontiere sa che l’uso del denaro elettronico, principalmente le carte di debito, è diffuso in maniera incredibilmente capillare: in Francia nei mercati rionali è frequente vedere la vecchina che dopo aver preso il sacchetto con due euro di pomodori porge la carta al bancarellaio, batte il PIN e riceve lo scontrino. Ma ritirare una grossa somma in contanti, per chi ha la fortuna di possederli, ed usarla per pagare qualsiasi cosa, dai pomodori alla fattura (regolare e sempre emessa) del professionista, è altrettanto lecito e non demonizzato. E coloro che si rendono conto che una maggiore privacy è fatta non solo di profili mai costruiti, di registrazioni a servizi gratuiti mai fatti, di pagamenti al casello, di dumbphone magari pure spenti di tanto in tanto, di legalissimi pagamenti in legalissimi contanti.

Un’occhiata al mondo dei blog permette di trovare informazioni di altri contenti del contante (quiqui e qui).

Parafrasando il detto precedente, “Chi è onesto ha il diritto di essere lasciato in pace”.

E pagare in contanti è uno dei modi di esercitare, secondo volontà e libertà, questo diritto.

Questo articolo è stato scritto il 8 gennaio 2016 da Cassandra

Cassandra Crossing 364/ Contanti e Contenti II

Glorificare le transazioni cashless, imporre ai cittadini l’impiego di tecnologie per scambi per via elettronica non è la soluzione all’evasione fiscale. E’ plutocontrollo.

Una notizia continua ad affiorare nella cronaca e nelle leggi finanziarie: la limitazione dell’uso di denaro contante per certe transazioni e/o al di sopra di certi importi. Cassandra ha già scritto una riflessione sull’argomento, ma è urgente aggiornarla per le recenti notizie che l’Europa intende muoversi verso la progressiva abolizione dell’uso di contante e verso l’uso di transazioni elettroniche.

Oltre ad una generale comodità di questo modo di eseguire transazioni economiche, anche in questo caso viene ripetuto “ad nauseam” un mantra molto simile a quello abusato in altri contesti dominio dei pedoterrosatanisti, cioè il contrasto all’evasione fiscale, favorita dagli “evadocontantisti”.

Ed esattamente come quest’ultimo, si tratta di una sostanziale menzogna, usate per nascondere lo stesso secondo fine: il potenziamento del tecnocontrollo.Ma torniamo per un attimo alla cronaca, per cercare di capire come questo sta accadendo.

La Svezia è salita agli onori della cronaca, con grandi lodi, per essere il paese europeo più avanti su questa strada: l’80 per cento delle transazioni dei privati avviene per via elettronica, e una nuova legge permette ora a negozi ed altre attività di dichiararsi “cashless” cioè di rifiutare il pagamento in contanti.

L’insidiosità di questa mossa può sfuggire, quindi è necessario aprire una parentesi.Il denaro contante, da quando è stata abolita la convertibilità aurea che lo rendeva un surrogato di un metallo prezioso molto usato negli scambi, è una dichiarazione di debito dello Stato che lo emette nei confronti del portatore del titolo, in questo caso l’”evadocontantista” che ha in tasca la sua sudata banconota.

Di più, la legge dello Stato OBBLIGA chiunque ad accettare il denaro contante per la regolazione di debiti e pagamenti, sia tra privati che verso pubbliche amministrazioni. Chi ha visto le vecchie banconote da mille lire ricorderà probabilmente che questa frase era stampata direttamente sulla banconota stessa. La banconota era un titolo in sé, e rendeva quindi “anonima” (che bella parola!) la transazione. E questo era riconosciuto come un naturale diritto del portatore del denaro.

Ora c’è l’Euro, e questa scritta, come prima di lei la convertibilità aurea, è comunque da tempo sparita. L’obbligo di accettare i contanti però, almeno in teoria, è rimasto.

Ma da anni leggi e leggine hanno cominciato a introdurre lacci e lacciuoli per limitare questa libertà di non essere tracciato. Limiti sulla somma che può essere pagata in contanti in un esercizio pubblico o verso un’azienda, o verso un professionista con partita IVA. La giustificazione? La spietata caccia all’evasore, a cui solo il contante permette la sua vita peccaminosa. Sarà vero? Vediamo.Cominciamo a dire che gli evasori, in paesi come gli Stati Uniti, dove il denaro contante circola liberamente, sono pochi ed hanno una vita molto dura e grama.

La loro Agenzia delle Entrate, l’IRS, li perseguita in maniera continua e spietata, valendosi regolarmente anche di investigatori privati ed autonomi, veri bounty killer completamente autonomi, che vengono pagati a percentuale delle somme recuperate (effettivamente recuperate, non strombazzate nei telegiornali) e sono più temuti dai criminali dell’FBI o della SWAT.

Non si capisce quindi perché in Europa ci sia questo bisogno impellente di abolire il contante per lottare contro l’evasione.

In Svezia l’evasione è bassissima pur con tasse molto alte, anche perché il cittadino vede ritornare il denaro sotto forma di servizi, ed è in condizioni di percepirne l’equità ed i vantaggi.

Nella maggior parte dell’Europa non pagare le tasse è giudicato un disvalore sociale, come scrivere sui muri, vandalizzare le cabine telefoniche o scippare la pensione ai vecchietti (sia al dettaglio davanti agli uffici postali che all’ingrosso in parlamento).

In Italia no. Sarà un caso ma in un paese dove l’evasione fiscale è un valore e talvolta una referenza da scrivere sul proprio curriculum, e dove i soldi pubblici vengono spesso sprecati nella maniere più innominabili, non esiste questa coscienza civile, anzi, nei rari casi in cui qualcuno denuncia un’evasione plateale viene giudicato un delatore, se non un infame. Eppure questi due paesi in situazioni diametralmente opposte come Svezia ed Italia sono uniti nella lotta contro il contante.

Dove sta il comune interesse? E’ presto detto, nel desiderio di un sempre maggiore controllo sociale, da esercitarsi ovviamente per il bene del popolo, che unifica in maniera sorprendente democrazie compiute e civili, stati barzelletta e paesi canaglia. Su questo sono tutti silenziosamente d’accordo.Chiudiamo questa parentesi.

Da queste pagine Cassandra ha più volte tuonato contro i danni estremi che le comunità sociali provocano alla privacy delle persone e sugli usi (non sui “pericoli dell’utilizzo”) della tecnologia come strumento di potere economico e controllo sociale.

Su Facebook (per fare solo un esempio dei peggiori) voi potete abdicare alla vostra privacy, tradire quella degli Amici (quelli veri) taggandoli o dando via la vostra intera rete sociale, ed infine peccare autolesionisticamente in mille altri modi contro voi stessi e gli altri.

E se non ci fosse più contante? Se tutto, veramente tutto, dovesse essere fatto con transazioni elettroniche?

Di nuovo, è presto detto. Tutte, veramente tutte, le vostre azioni nel mondo materiale, che hanno nella maggioranza dei casi un aspetto economico, sarebbero sistematicamente tracciate con strumenti già ben diffusi su scala globale, e non potrebbero minimamente essere controllate o corrette dai cittadini.

Quindi non sono i fatti una volta privati che vengono scambiati, non le opinioni dal ragionevole al patologico sui gattini, sull’ISIS, sullo sport o sull’Olocausto.

Le transazioni economiche sono atomi di verità assoluta.

Quanti preservativi usate, che tipo di cibo mangiate, quali giornali leggete, quali medicine prendete, dove vi trovate con la macchina, quanto giocate, con chi vi relazionate. Peggio, molto peggio delle comunità sociali.

Le transazioni economiche permettono semplici ed economiche schedature di massa, fatte in maniera assolutamente opaca con dati potentissimi e quindi pericolosissimi.

Vengono raccolte non tanto per la lotta all’evasione fiscale (che si fa normalmente con altri mezzi incluso il discredito sociale) quanto per la esplicita volontà o l’irresistibile tentazione di utilizzarle per il controllo sociale.

L’evasione fiscale si contrasta seriamente sulle reti informatiche bancarie e agendo sui paradisi fiscali, non abolendo il portafoglio dei cittadini onesti.

E per riassumere, sì, vale la pena di fare tutto il possibile per difendere la perfetta liceità dell’uso del contante.

Parafrasando un titolo già usato da Cassandra (occhio all’accento) “Contanti è contenti”.

Questo articolo è stato scritto il 2 dicembre 2016 da Cassandra

Cassandra Crossing 384/ Contanti e Correnti

Far sparire dalla circolazione monete e banconote come scusa per la caccia all’evasione fiscale sembra un altro modo per tecnocontrollare gli onesti cittadini. E la nuova Legge di Bilancio ci mette pure il carico da 11.

 Cassandra si è già occupata più volte del problema legato al denaro contante, sempre più malvisto da governi e autorità economiche, qui e qui, sostenendo l’utilità pratica e il buon diritto dei cittadini (onesti fino a prova contraria) ad usarlo, ovunque lo desiderino.

Il denaro contante è invece considerato ormai solo uno strumento di illegalità e un ausilio per i disonesti. Non c’è da meravigliarsi che nel mondo del tecnocontrollo totale anche gli enti preposti, che non riescono a far pagare le tasse ad ampie categorie di furbi e di disonesti, vedano nella smaterializzazione dei pagamenti, ottenuta scoraggiando con ogni mezzo l’uso del contante, una via maestra per combattere l’evasione. Ma a quale prezzo?

Consideriamo che buona parte della grande evasione è già oggi “smaterializzata”, e viaggia tranquillamente per via telematica da e per i paradisi fiscali, utilizzando non valigie di contanti o i (famigerati) Bitcoin, ma le normali reti telematiche bancarie.

Pur non essendo convertibile (in oro), il denaro contante che ha circolato in Italia ante ’70 recava scritte di estrema importanza economica, come “Pagabile a vista al portatore” o “Questa è valuta legale per il pagamento di ogni debito pubblico o privato”.

Le ha perse già prima dell’avvento dell’euro, più o meno contemporaneamente a quando il dollaro americano perdeva, ultima valuta mondiale a possederla, la sua convertibilità in oro.

Dal 2002 l’euro ha sostituito la lira, e le banconote in euro non sono mai state convertibili in oro, e nemmeno hanno mai recato le suddette dizioni. D’altra parte l’euro era già nato nel 1999 come “moneta virtuale”… ma questa è un’altra storia.

In questo modo, come altre monete, l’euro è divenuta una valuta sostanzialmente sganciata da qualsiasi valore “materiale”, sia esso un lingotto d’oro, sia (importantissimo) una frazione infinitesima del PIL di uno stato-nazione, che tramite la banconota si dichiara tuo “debitore”. In effetti il valore dell’euro e delle valute moderne è il frutto di un equilibrio di mercato deciso tra i suoi detentori, come qualsiasi altro bene non monetario, virtuale o reale.

Quindi la differenza tra queste valute moderne come l’euro e le criptovalute sintetiche tipo Bitcoin è diventata minima: praticamente è costituita solo dalla carta (e ovviamente dal “calibro” dei suoi possessori).

Contemporaneamente sono iniziate le restrizioni alla circolazione di contante, a favore delle transazioni bancarie o elettroniche. La non irragionevole motivazione è stata, oltre alla solita “lotta all’evasione”, la lotta al riciclaggio di denaro di origine criminale.Ma in questa arena, dove le massime questioni si affrontano, il diritto di un cittadino onesto di non essere tracciato nelle sue spese quotidiane si è perso? O forse non c’è mai stato?

Potrebbe sembrare una questione di principio più o meno sterile, ma la perdita di privacy anche dell’acquisto di una rivista, di un medicinale o di un preservativo è comunque una riduzione di spazi di libertà per i cittadini di uno stato democratico.

La lotta al riciclaggio del denaro sporco finisce per somigliare molto all’applicazione del classico “pedoterrosatanismo” come “carico da 11” (direbbe Montalbano) per pilotare l’accettazione da parte dell’opinione pubblica di norme in realtà mirate ad altri fini.

Quindi i cittadini “onesti” (secondo questa nuova definizione) dovrebbero tenere sempre i soldi in banca e pagare solo con bonifici, carte e bancomat. Tutto bene? E se una banca, proprio la tua, fallisce? O magari più di una? I 24 informatissimi lettori risponderanno che i piccoli risparmiatori sotto i 100.000 euro saranno tutelati dallo Stato tramite il Fondo di Garanzia Interbancario e non perderanno nulla.

Ora, a parte che in un crack bancario i correntisti non potrebbero ritirare nemmeno un centesimo per un periodo di tempo valutabile in parecchi mesi (pensate a cosa succederebbe a voi in questo caso), c’è un “piccolo” problema: quanto è reale il Fondo di Garanzia? Quanto sono larghe le sue spalle?

Alcune fonti riportano che nel 2014, a fronte di depositi rimborsabili per 508 miliardi di euro, il fondo era costituito da 1,66 “miseri” miliardi di euro, che corrispondono ad appena lo 0,30 per cento degli aventi diritto. Cassandra è pronta a scommettere che la situazione non sia cambiata di molto in questi ultimi due anni.

Questi soldi bastano solo se “salta” una piccola banca; già con una media o grande (e figuriamoci con più banche) il Fondo di Garanzia sarebbe meno di un “pannicello caldo”. Si aggiunga a ciò che nei meandri dei lavori in commissione sulla Legge di Bilancio, da poco approvata alla Camera e in viaggio per il Senato, era comparso un emendamento che proponeva l’esonero del bail-in per i depositi bancari riconducibili allo Stato e agli Enti locali (regioni, province, comuni e altri enti pubblici territoriali), addossando i rischi su tutti gli altri depositanti, ovviamente i privati e le imprese.

Quindi non potendo usare i contanti, ma dovendo mantenere i propri soldi nei conti correnti, si è in pratica costretti ad accollarsi anche i rischi a cui sarebbero esposti i conti dello Stato e delle amministrazioni locali. Equo, non vi pare?

Dulcis in fundo, nel testo della Legge di Bilancio (che quest’anno include anche il decreto fiscale) è contenuta una norma, ovviamente con l’accattivante titolo in inglese di Voluntary Disclosure, che parifica il possesso di contanti a un’evasione fiscale accertata, con inversione dell’onere della prova. Sì, avete letto bene, “accertata”: è chi ha i contanti che si deve giustificare.

Ma torniamo all’emendamento salva-bail-in per i conti correnti pubblici: Cassandra non è riuscita a capire se l’emendamento sia stato o meno inserito nel testo depositato al Senato, essendo costituito dall’aggiunta di una frase a una norma preesistente. Chi riuscisse a esplorare l’elefantiaco testo di quasi mille pagine a questo proposito, farebbe cosa buona, anzi ottima, se ce lo potesse far sapere.

Nel frattempo, la complessa situazione descritta sembra, per usare un eufemismo, portare a nuovi e più alti livelli l’etica “dei due pesi, due misure”, dove il peso minore e la misura minore toccano sempre ai soliti.

Marco Calamari

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