Gli articoli di Cassandra Crossing sono sotto licenza CC BY-SA 4.0 | Cassandra Crossing è una rubrica creata da Marco Calamari col “nom de plume” di Cassandra, nata nel 2005.
Ieri non abbiamo fatto in tempo a pubblicare Cassandra ma rimediamo oggi con questo bell’articolo sull’animismo digitale del 2021!
Questo articolo è stato scritto il 14 aprile 2021 da Cassandra
Cassandra Crossing 476/ Animismo Digitale
Come ha ripetuto millanta volte in passato, Cassandra è spesso debitrice di concetti importantissimi a post eccezionali rinvenuti nei forum dei suoi articoli.
Oggi rende omaggio ad un commento del 2021 di un articolo del 2019, che ahimè non riesce a ritrovare.
L’”Animismo Digitale” è la convinzione inconscia che permea i Nativi Digitali che non si interessano di tecnologie.
Si tratta di un fenomeno psicologico semplice e quasi totalmente inconscio.
Chi non conosce le tecnologie e non se ne cura minimamente, quando si trova davanti ad oggetti dal comportamento sofisticato, reagisce ritenendo “naturale” il loro comportamento.
Il nativo digitale, che è tale in quanto usa, ma non conosce, le tecnologie, considera un comportamento naturale lo sfogliare le foto su un display utilizzando un dito, od ingrandirle utilizzandone due.
Non conosce, e d’altra parte non sarebbe nemmeno interessato a conoscere, le CPU, la RAM, gli schermi OLED, i touchscreen, le interfacce utente, il software, e non può quindi percepire l’interazione di tutte queste cose che rende possibile il gesto “naturale” di sfogliare le foto con un dito.
Per lui si tratta di un dato di realtà, ovvio come un postulato, che non suscita quindi nessuna domanda o curiosità.
Situazioni più complesse dello sfogliare foto creano però grossi problemi.
Come si pone il “nativo digitale” di fronte ad Alexa, od all’assistente digitale di un’auto, o davanti ad un’intelligenza artificiale, od un totem dotato di telecamera?
Non avendo le tecnologie, od almeno l’esistenza delle tecnologie, nel suo bagaglio culturale, il suo comportamento è identico a quello del “buon selvaggio” che sente una radio; dopo aver controllato che non ci sia una persona dentro, deduce che l’oggetto ha un’anima, e “deve” comportarsi così.
Qualcuno dei 24 lettori potrebbe concludere frettolosamente “In fondo è un bene; la mente dei giovani “nativi digitali” può così occuparsi di questioni più importanti di dettagli tecnologici”.
Conclusione possibile in effetti, anche se di solito il disinteresse non è la strada maestra per le conquiste culturali ed intellettuali.
Ma il problema che si crea, e che preoccupa Cassandra ed il suo ignoto lettore, è diverso; non è culturale, ma di potere.
Chi non conosce le tecnologie ed accetta il comportamento degli oggetti e dei fenomeni digitali come proprietà naturali, rinuncia ad esercitare il potere di un pensiero critico.
Ne diventa incapace, proprio come gli Eloi del romanzo “La macchina del tempo” di H.G. Wells.
Lascia tutto il potere in mano di chi comprende ed utilizza le tecnologie per “programmare” il comportamento degli oggetti e dei fenomeni digitali; portando avanti il parallelo con “La macchina del tempo” lascia questo potere ai Morlock.
Gli lascia il potere (ricordate Cambridge Analytica?) di “programmare” il comportamento delle persone senza che se ne accorgano.
Abdica quindi al ruolo dialettico di chi, anche senza averlo, è conscio del potere altrui veicolato dagli oggetti e può, se necessario, metterlo in discussione.
Vi ricordate cosa succedeva agli Eloi nelle notti senza luna, vero? I Morlock, dopo averli allevati e nutriti se li mangiavano.
La conclusione è che l’”Animismo Digitale” favorisce ed amplifica il perdurare di un’ignoranza delle tecnologie, e lascia la conoscenza ed il controllo delle tecnologie, ed il potere che ne deriva, a coloro che le possiedono o controllano.
La percezione di questo animismo per i “nativi digitali” è molto difficile; con la parziale eccezione di coloro che nelle tecnologie sono impegnati in prima persona.
L’equivalenza tra “Nativo Digitale” ed “Animista Digitale” è quasi perfetta.
Il non essere “naturalmente” schiavi dell’animismo digitale resta appannaggio solo di coloro che, pur non interessati alle tecnologie ne vogliono comprendere gli effetti, od alle persone, ormai di una certa età, che le tecnologie le hanno viste nascere ed evolvere, e che, anche se non le conoscono, non possono ignorarle.
La nonna è, anche sulle tecnologie e nella sua “ignoranza”, più saggia del nipote.
Ma le tecnologie diventano ogni giorno più complesse e numerose.
Anche coloro che in prima battuta sono “dentro” le tecnologie in realtà ne comprendono una parte così piccola che facilmente possono perdere la capacità di generalizzare e ricadere, per tutto il resto, nell’”Animismo Digitale”.
Ad esempio, un sofisticato programmatore di backend web, che conosce linguaggi ed ambienti di sviluppo sofisticati ed “alla moda” può non conoscere niente di reti e dei loro fondamentali: cosa è il DNS, l’ARP od il TCP/IP (e con i più giovani, credete a Cassandra, succede davvero!).
Questo tipo di situazione, in prospettiva, può condurre anche un “addetto ai lavori” verso un inconscio Animismo Digitale, e la conseguente impossibilità di percepire i giochi di potere sottostanti, particolarmente se attinenti a tecnologie fuori dalla sua “comfort zone” e che quindi non conosce affatto.
Ci avevate mai pensato? Riconoscete in voi stessi un po’ di “Animismo Digitale”?
Cassandra ha la sua risposta.
Marco Calamari
Videorubrica “Quattro chiacchiere con Cassandra”
Lo Slog (Static Blog) di Cassandra
L’archivio di Cassandra: scuola, formazione e pensiero

Commenti dal Fediverso
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Una risposta a “Cassandra Crossing 476/ Animismo Digitale”
@marcocalamari @lealternative negli articoli di Cassandra trovo sempre ispirazione o nuovi punti di vista da cui ripartire.
Oggi invece ci ho trovato me stesso.
Non è nella mia natura l'approccio "animista", ma spesso nel contesto lavorativo diventa una necessità: la rosa di tecnologie su cui lavoro è tanto ampia che fatico ad essere competente su tutte (per non parlare del soffocante ritmo di aggiornamenti).
Mi chiedo, fin dove è necessità e quando diventa una scusa?